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Siamo alle porte della Pasqua di Resurrezione e devo finalmente trovare il coraggio di iniziare questo editoriale con una "avvertenza prima dell'uso", come si fa per i medicinali: "senza l'amore misericordioso, senza la misericordia del Signore, nessuno potrebbe definirsi sano, tutt'al più potrebbe dire che sta a malapena in piedi". C'è chi tra noi, nonostante il clergyman e l'assidua frequentazione all'altare del Signore, è convinto che altri confratelli, o meglio, che gli altri se la passino bene, o meglio di lui. Godano la felicità. Mentre lui, per esigenze di regolamento, di età, è costretto, a dir suo, a "rigar diritto". É un equivoco duro a morire in certe persone con la faccia pia che spesso confondono le responsabilità oggettive di un incarico con la felicità. Dimenticando il dono dell'accoglienza. Pasqua è accogliere! E l'accoglienza non è qualcosa che la Chiesa, o chi fa parte di essa, fa agli altri, ma qualcosa che la Chiesa riceve essa stessa e quindi condivide con gli altri. Ossia la Chiesa riceve accoglienza e dovrebbe gioiosamente invitare gli altri a condividere questa sua esperienza; invitare a ricevere, insieme ad essa, l'accoglienza del Padre. Ma per questo ci vuole coraggio... Perché si tratta di un'accoglienza che si realizza non nella periferia, ma al centro del nostro cuore e del cuore della comunità. Ponendosi fuori da questo centro, che solo lo Spirito rende possibile, si rischia di cedere all'autocompiacimento, con l'appoggio non sempre disinteressato di "compagni di merenda", o nelle migliori delle ipotesi, all'autogiustificazione. Si tratta, e non me ne voglia alcuno di chi indossa il famoso clergymen da tanti e tanti anni, di scoprire il significato profondo del termine "accoglienza". Una Chiesa veramente partecipata, capace di accoglienza, non vuol dire altro, in primo luogo, che una Chiesa la quale è stata accolta e, avendo così sperimentato in se stessa e per se stessa l'accoglienza che le viene dal Padre nel Figlio suo crocifisso, è capace, in forza di questa sua esperienza, di manifestarla concretamente agli altri. É una Chiesa penitente e commossa, e non rancorosa, spigolosa, grazie al perdono e all'accoglienza del Padre, quella che è capace concretamente di accoglienza e commozione per l'altro, anche se apparentemente può sembrare un "usurpatore". Non si può essere e sembrare accogliente quando di fatto si è solo "burocrati" dell'accoglienza. Accogliere, specie in prossimità della Santa Pasqua, vuol dire essere franchi, e non "franchi tiratori" su cosa non va, non funziona, stride. Far rivelare le colpe in rapporto a quanto si predica. Ma bisogna pur prendere atto che di fronte a certe evidenti sordità, mi è facile concludere: le mie parole sono scomode. Chi chiude le orecchie e apre la bocca solo per denigrare, insinuare, non vuole ascoltare, chiudendo di fatto ogni e possibile ricorso e/o riferimento alla speranza, una speranza che, al di là di tutto, necessita di coraggio. Padre Ernesto Balducci fece questa confidenza: "Se mi chiedessero quale certezza vorrei avere in punto di morte, risponderei che l'unica a rendermi sereno il trapasso sarebbe la certezza di aver distribuito agli uomini la speranza". Io, oggi, questa certezza non la possiedo e mi sento colpevole di non aver captato talvolta le domande reali, di non aver intercettato, attraverso anche il linguaggio non verbale del corpo, le implorazioni di aiuto, di una frase di conforto e di incoraggiamento. Colpevole di non essermi accorto dei drammi, guai e disperazioni di chi mi sta accanto. Gli uomini, anche i preti, in fondo cercano una parola, un cenno che li aiuti a sperare, nonostante tutto. E anche qui, rendendomi conto della mia inadeguatezza, non mi sento rassicurato.... E mi dico di essere coraggioso!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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