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E anche dopo il clamore mediatico che la vicenda di Alfi e Evans ha suscitato, è calata ed è arrivata, si spera, la "crisi del giorno dopo". Giunge sempre puntuale. Dopo l'incalzare di iniziative, di dichiarazioni, di riconoscimenti, ti piomba addosso la crisi della stanchezza, della sfiducia, dello smarrimento, del pessimismo, del vuoto, dello scoramento, del senso dell'inutilità. Crisi di fede, ma anche di speranza (le due vanno sempre, o quasi sempre, a braccetto, e dovrebbe pure esserci la carità, ma quella nei momenti di crisi, viene ignorata, nessuna le bada, tutte le attenzioni vengono dedicate alle altre due). Nelle vicende dolorose che ci interpellano profondamente come quella del piccolo Alfie, c'è sempre il giorno dopo. Dopo l'entusiasmo, viene la crisi. Una crisi che dovrebbe essere presa come salutare. Perché la "casa" della sapienza, quella che dovrebbe contraddistinguere la nostra azione, è contigua alla "casa" della stoltezza, e può essere scambiata con quella. Molti, anche tra di noi, non sanno distinguere. Tanto più che le "vallette" della concorrenza si dimostrano più abili nell'adescare i clienti delle loro colleghe seriose. Così, parecchi non si avvedono dell'inganno. E, senza troppo stare a pensarci, si ingozzano di piccolezze, particolari, chiacchiere, superficialità, rumore, apparenze. Nella vicenda di Alfie, e più in generale sulle questioni che riguardano il fine vita, c'è stata superficialità, assenza, disinteresse di tanti di coloro che in questi giorni hanno riempito piazze, social e chi più ne ha più ne metta. La legge britannica che ha imposto la fine di Alfi e è una legge in vigore da anni, una legge "sbagliata", "crudele", che è stata approvata a larga maggioranza dal parlamento e del cui contenuto si era a conoscenza, ma che pochi hanno contestato e contrastato. La crisi del giorno dopo, che ci dovrebbe sovrastare, è l'occasione per giudicare seriamente il nostro modo di concepire il limite, è l'occasione per giudicare seriamente la nostra vita, scoprire la fatuità e l'inganno, prendere decisioni che determinano una separazione, una "rottura" rispetto al "giorno prima". Dio non fornisce comode amache dove rilassarti, ti fornisce la crisi, ti fornisce il cammino del deserto. Soltanto scuotendoci, rialzandoci, incespicando lungo quell'itinerario talvolta desolato, ci avvieremo verso la guarigione del morbo dell'apatia, del disinteresse, del "così fan tutti". C'è da sperare, che anche in questa occasione, non ci assalga "la crisi del giorno dopo" che ha colpito i giudei ai tempi di Gesù, come mi ha ricordato in un messaggio un amico. Una crisi certamente particolare e molto diffusa: crisi dello stomaco pieno, crisi del portafoglio gonfio, crisi della testa ingombra di sapere. Persone che si fanno ammaestrare da tutti tranne che da Dio. Si lasciano incantare e attirare da ciarlatani che imperversano sulle piazze, e resistono tenacemente all'attrazione di un ideale serio, che dia senso al proprio vivere. Che si concedono tutto, ma negano il nutrimento indispensabile allo spirito, che dovrebbe animare le nostre vite da cristiani. La vicenda del piccolo Alfie ci consegna una strada da percorrere: che conduce alla consapevolezza che il "prossimo" non nasce dalla terra ma dal cielo; non scaturisce da noi, ma da Dio. Il giorno dopo il "prossimo" ti appare col suo vero volto: quello di un'umanità ancora tutta da realizzare, al di là della legge umana.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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