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"Dio aiuti l'Italia", così il titolo di un editoriale di Raffaele Bonanni, sindacalista in pensione. Di certo, bisogna amare il prossimo come se stessi. Tuttavia, nel medesimo tempo, l'amore comporta anche una dimenticanza, un rinnegamento di sé. É questo il paradosso cristiano, anche in politica! L'amore non può mai prescindere dal sacrificio di sé, del proprio egoismo, della ricerca delle proprie comodità, dei propri interessi. La precarietà, che mai come in queste ore si defila all'orizzonte, oggi dipende precisamente dalla ripugnanza che molti provano a legare l'amore al sacrificio. Un certo amor "di patria" appare posticcio, esile, fragile, logoro, sempre sul punto di sfasciarsi, perché non sufficientemente collaudato dalla sofferenza, dal sacrificio, dal farsi da parte. Ci si illude di trovare e conservare le varie posizioni sul versante della facilità, seguendo ognuno le inclinazioni e gli istinti personali, lasciandosi accendere dagli entusiasmi, abbandonandosi al vento favorevole, scansando scrupolosamente il dialogo, il confronto, evitando scelte dolorose. Non viene in mente che la sofferenza, il sacrificio, lungi dal costituire una minaccia concreta per la convivenza felice, la rendono solida, che lo sforzo le assicura profondità e fecondità. Certe concezioni di sacrificio sono all'insegna della leggerezza, della superficialità, della spensieratezza, dell'irresponsabilità. Il sacrificio, ce lo ricordano fatti e personaggi che hanno calcato la scena politica in un passato non tanto lontano, non è un entusiasmo epidermico o passeggero, è qualcosa di serio, di estremamente esigente. Il sacrificio, anche in politica, deve essere disposto a dare tutto, ma rivendica anche il diritto di pretendere tutto. É sorprendente notare come la tradizione ebraica abbia conservato, quale formula di preghiera quotidiana, il celebre passo del Deuteronomio che inizia con "Ascolta, Israele", è lo "shema". Tutte le nostre preghiere, non ultima quella a mo' di battuta di Bonanni, invece sono ormai scandite da un ritornello assai diverso: "Ascoltaci, o Signore!". Non è una differenza di poco conto. É in gioco l'immagine di Dio, il nostro rapporto con Lui, e l'idea stessa di popolo di Dio. Ne va di mezzo, soprattutto, il modo di concepire la preghiera e l'impegno personale. Ascoltare vuol dire fermarsi ed imparare ad avere il coraggio di imboccare la strada di una donazione che vada al di là degli interessi di bottega. Capiamoci bene, non esiste il cristiano astratto, né tanto meno il cristiano impegnato in politica astratto! Ogni battezzato ha un suo particolare posto all'interno della comunità cristiana, ogni persona una sua collocazione precisa nel contesto della società, è "segno" dei tempi! Sui segni dei tempi, che possono essere definiti come le attese, le speranze, le aspirazioni dell'umanità, di un Paese nei diversi momenti della sua evoluzione storica, ci sarebbe tanto da dire anche in riferimento alla situazione attuale. Quanto sarebbe diversa la storia della Chiesa, del mondo, se i cristiani si fossero sempre comportati come segni. Se per il non credente il disattendere i segni dei tempi è semplicemente un perdere il treno della storia, per il credente il disattenderli, oltre che perdere il treno della storia, significa anche peccare contro lo Spirito Santo: "Vox temporum vox Dei", dice un antico adagio cristiano: la voce dei tempi è, in qualche modo, la voce di Dio. Il Santo Giovanni Paolo II rivelava in Francia che il trinomio della rivoluzione francese "libertà-fraternità-uguaglianza" era un trinomio perfettamente cristiano. Il problema è però sapere come si comportarono, nei riguardi di quella che è considerata come la più grande rivoluzione dei tempi moderni, i cristiani di allora. Due secoli dopo, è troppo facile allinearsi con la storia. Ma ormai troppi terni sono passati e l'orologio certo non torna indietro.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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