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Per la nostra gente maggio, ed esattamente i giorni 20 e 29, è il mese del ricordo dell'esperienza dura ed indescrivibile della terra che trema, della precarietà, ma anche della solidarietà. Sono passati sei anni da quegli eventi drammatici, i segni di quell'esperienza sono ancora, nonostante gli elenchi delle opere fatte, sotto gli occhi di tutti e, ahimè, si ha come l'impressione che con il passare del tempo meno se ne parli, meglio è. Gioiscono le comunità che possono constatare che qualcosa si è fatto, e ci si rassegna là dove nulla o poco ha avuto seguito. La speranza di tanti è ed è stata messa nel "computo" delle cose da fare, le certezze, per la verità poche, a disposizione per le inevitabili scorribande mediatiche che nella ricorrenza annuale non sono mai troppe. Della nostra fede, della fede della nostra gente, poco si dice. Nel Vangelo di Luca al capitolo 23 si legge, in riferimento ad Erode: "sperava di vedergli fare un miracolo...". Tanti di noi come Erode. Ci sono cristiani che si illudono di puntellare la loro fede traballante, flebile, assopita, coi miracoli, talvolta incoraggiati anche da pastori che non sanno nutrirli con il pane della Parola. Dimenticano che la fede rappresenta la condizione del miracolo, non il suo frutto. Dimenticano che la pretesa di un Dio facilitatore di miracoli in serie nella Bibbia, viene bollata come "tentazione" da tenere all'uscio della propria porta. Non possiamo pretendere che Gesù o i nostri Santi salgano sul palcoscenico per sbalordirci a colpi di miracoli spettacolari e in tal modo obbligarci a credere. La firma di Dio è la discrezione! E fede significa muovere passi incerti, nella nostra quotidianità, lungo un cammino difficile, illuminato solo dalla luce fi oca, tenue, di quella lampada che è la sua Parola. Tentare Dio, in questa prospettiva, significa sostanzialmente dubitare del suo amore. Pretendere che Dio si manifesti sempre, su comando e a richiesta dell'uomo, in maniera spettacolare. Esigere che sia lui ad aprire la strada, spiani ogni diffcoltà, a colpi di miracoli sensazionali. Ossia, sfidarlo a produrre segni eccezionali in continuazione per dimostrare che si prende a cuore la sorte delle sue creature. Più che fi darsi di Dio, nell'oscurità luminosa della fede, lo si provoca a essere produttore di miracoli. Viviamo così oggi: in una certa fede che si nutre avidamente di miracolismo, di straordinario, di sensazionalismo, che non sa leggere nella trama delle umili vicende quotidiane i segni del suo passaggio e del suo interessamento per noi; più che un credere è tentare Dio. Resta sempre valido l'ammonimento: "Rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di credere in lui" (Sap. 1,1-3). La fede, anche e soprattutto la nostra fede, provata dagli eventi drammatici del sisma, non si nutre di miracoli. Gesù non può essere un semplice tassello nella nostra vita, ma Uno che ti cambia la vita. Non accetta di diventare un "elemento" decorativo, una delle tante statistiche, ma Uno che sconvolge tutto, spalanca nuovi orizzonti, incanala la nostra esistenza in un solco nuovo al di là dei vari "Mude", o delle varie scartoffie burocratiche che anche l'evento sismico ha alimentato. Anche nella nostra Chiesa, oggi, c'è chi vorrebbe accarezzare il pelo (accuratamente e devotamente pettinato) a certe volpi, apparentemente mansuete. Invece bisognerebbe mandare a dire loro brutalmente: noi andiamo per la nostra strada. Di pollai da saccheggiare il tempio non ne ha da offrirvene, ci basta la nostra semplice, scarna, incerta fede.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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