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Mi hanno spiegato che l'armonia si realizza nella diversità delle note: nulla nella Chiesa è pianificato e spersonalizzato. Il pericolo oggi, con l'estate ormai avviata, è quello di cadere nel vecchio e mai sopito atteggiamento della dimenticanza della reciproca sincerità, che evita i sotterfugi, la critica acidula, l'invidia, la mormorazione, la gelosia. L'estate dovrebbe portare, messi in soffitta gli impegni pressanti della pastorale, del "fare", la capacità di programmare, di pianificare mediante l'ascolto. Ma dobbiamo prendere atto che ci sono quelli che non hanno voglia di ascoltare, e quelli che fanno finta di ascoltare. Che dicono di non averne bisogno, tanto sono sempre le stesse cose, e loro le sanno già. Che ascoltano, ma capiscono a modo loro. Che sono disposti a sentire solo ciò che li conferma nelle proprie idee, rigettando ogni parola che li mette in discussione, intacchi le loro sicurezze, contesti la loro condotta. Che ascoltano, ma pensano ai vicini o lontani, ritengono che quella Parola vada bene per qualcun altro. Che ascoltano, non si stancano mai di ascoltare, e tutto rimane come prima nella loro vita. Ci sono quelli che ascoltano i maestri più diversi, le cose più contraddittorie, e fanno una gran confusione. C'è in definitiva il pericolo di essere "mormoratori". La parabola del padrone che chiama ad ore diverse fino all'undicesima, fa o dovrebbe far scoprire il cuore dell'uomo limitato, irritabile. I buoni che pensano di avere diritti davanti a Dio, i buoni che concepiscono la vita come una banca: fare il bene per ritrovare il premio di là. Dio, per fortuna, è diverso, più grande, più generoso. Per fortuna, anche a Carpi, ci sono quelli che ascoltano. Prendono sul serio la Parola, la custodiscono nel proprio cuore, si lasciano interpellare da essa. E chi ha compiti di responsabilità, forse, non si accorge di nulla. E magari si lamenta, dice che nessuno ha più voglia di sentire i consigli, non hanno alcun interesse. Chi guida, spesso, fa torto agli ascoltatori "recettivi". Ignorandoli, non avendone notizia, ha l'impressione che sia inutile, non valga la pena. Invece, sì, vale la pena. Anche per pochi. Per uno solo! É ignorando coloro di cui non si ha notizia che si alimenta lo spirito di mormorazione. L'apostolo Paolo, non esita a esibire i segni della propria debolezza, le prove della propria pochezza. Vanta ciò che non ha, ciò che non possiede di suo. Mette in evidenza i suoi limiti. Paolo, in parole povere, vuole farci capire che l'apostolo non è un superuomo dotato di qualità eccezionali, un eroe invulnerabile. Al contrario, lui, proprio attraverso la propria fragilità, diventa testimone di ciò che Dio è capace di fare. Occorre il coraggio, di guardarsi dentro fino in fondo. Una condizione è la lealtà crudele. Non si finge. Vedere le cose in trasparenza. Non accettare e ascoltare perché plagiati, perché così fan tutti, o così han detto in molti, per paura di pensare e confrontarsi. Non è impresa facile, non lo è stato per il nostro Creatore, figuriamoci tra noi umani! Se ne era accorto lo stesso Gesù che rimaneva stupito per la loro incredulità... Anche Dio fa fatica a credere. Si direbbe che non riesca a credere alla nostra incredulità, alla nostra durezza di cuore, ai nostri rifiuti ostinati... Fa specie questo particolare di Gesù che dopo aver domato la tempesta, trionfato sui demoni, debellato le malattie e perfino la morte, si ritrovi sbalordito, impotente, di fronte alla libertà e alla cattiva volontà degli uomini. E sì, al di là delle chiacchiere e delle critiche che ci possono venire contestate dobbiamo proprio ammetterlo che il Dio dei cristiani non è legato solo alla giustizia: c'è compassione, c'è amore. Non è padrone, è Padre, è Amico, è Salvatore.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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