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"Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'...".

In questa frase contenuta nel Vangelo domenica 22 luglio, che apre il periodo di pausa estiva del nostro settimanale, emerge la compassione del Maestro per i discepoli. Anche recentemente ho sentito affermare che con "la compassione non si risolve nulla... occorre ben altro...". D'accordo, specie per questioni spinose quali l'accoglienza e l'immigrazione la compassione non basta. Ce ne vuole di più. Ma è pur vero che la compassione costituisce il punto di partenza di tutto. Con la compassione noi soffriamo la stanchezza dell'altro, il disagio e il bisogno altrui. L'atteggiamento del Maestro rivela, prima di ogni cosa, la sua umanità, la sensibilità, la delicatezza. Il Maestro chiede tutto ai suoi amici, impone loro una scelta difficile e una via aspra da sempre e per sempre. Non risparmia loro fatiche, disagi, difficoltà nemmeno persecuzioni. D'altra parte, egli stesso cammina abitualmente davanti. Eppure, Gesù non è duro, si mostra attento, sollecito. Comprende quando hanno (abbiamo) bisogno di riposo. Tiene conto della loro (nostra) debolezza, dei limiti, dei cedimenti, della stanchezza. E come se dicesse: "Adesso fermatevi un po'... ne avete diritto e bisogno". Non afferma: "Riposerete poi nel Regno dei Cieli". Anche perché sa che, una volta lassù, non ci sarà più bisogno di riposare. E' quaggiù che dobbiamo riposare almeno un poco. Indubbiamente, il recarsi in disparte, il riposarsi, per un cristiano, non equivale solo ed esclusivamente a mettersi "in ferie", ma è rimanere in "disparte" insieme a Gesù e non soltanto in vista del riposo in senso fisico. E' necessario rinsaldare il rapporto con Lui per approfondire il senso e garantire l'efficacia della missione. Lo stare con Lui è la maniera più sicura per non deludere le attese della gente. Abbiamo bisogno di ritirarci soprattutto quando ci consideriamo indispensabili, crediamo che il mondo si blocchi se non ci fermiamo o anche soltanto smettiamo di sbuffare. Chi si dà arie da protagonista, tuttofare, chi è abituato ad porsi al centro dell'attenzione, deve trovare il coraggio di tirarsi in disparte nella preghiera, nella contemplazione, nel silenzio, nella non-indispensabilità. Ci sono apostoli esagitati, perennemente indaffarati, che nell'ansia di trovare gli altri, di aiutarli, non trovano mai se stessi, non hanno un minimo di pietà verso se stessi. Non si accorgono che quello che si portano appresso è il personaggio, l'idolo, la maschera, la controfigura, il monumento. Il loro essere più vero è stato abbandonato da tempo chissà dove, e non ne hanno più notizia, né intendono riceverne. E le conseguenze di questa frenesia la pagano anche gli altri. Dobbiamo riconoscere che abbiamo necessità di riposare allorché coltiviamo l'illusione di non potercelo concedere, con tutto quello che c'è da fare... Ma il riposo, in luogo appartato col Maestro, diventa il rimedio più urgente specialmente quando ci siamo fermati, abbiamo smarrito lo slancio, ci troviamo freddi, apatici, demotivati, "dimissionari". Lui ci scuote, facendoci appunto riposare nella sua intimità. In questi giorni di riposo dimentichiamoci dei muri. I muri delle discriminazioni. Della religione, delle ideologie, della politica, delle virtù, dell'invidia, dei cenacoli privilegiati. E perché no, abbattiamo il muro del nostro egoismo per impedire che il prossimo sgradito invada lo spazio sacro del nostro benessere individuale. Pare che la vocazione innata dell'uomo sia quella del muratore, immagine tanto cara ai bergamaschi come a chi vi scrive. Abile, però, spesso e sovente, a fabbricare i muri dell'incomunicabilità, dell'antipatia, e ahimè incapace di demolirli! Che il meritato riposo ci lasci in eredità la capacità di distruggere l'inimicizia. Buone Vacanze!

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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