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Il brano di Vangelo che si legge ogni anno nella Messa della notte di Natale inizia parlando di un censimento: il censimento richiesto, per decreto, da Cesare Augusto su tutta la terra. Chissà quanti uomini abitavano il globo terrestre in quel preciso periodo storico, chissà di quale e quanto potere poteva vantarsi giustamente l'imperatore romano del tempo, eppure la Parola porta per mano il lettore ad un altro centro, ad un altro metro di misura: un Bambino, nato in un paese di poco conto, deposto in una mangiatoia, riconosciuto per primo da alcuni pastori. Una Vita piccola, inerme, cambia per sempre la storia, rovesciando i calcoli precisi di una raccolta di dati. In questa Vita non ci sono calcoli, solo dono. E bisognerebbe capirlo anche qui a casa nostra, a Carpi, dove sembra che la perquisizione in qualche ufficio comunale, la cancellazione di costose feste in piazza di fine anno, e l'evidente e stringente campagna elettorale ormai alle porte abbiano trasformato una città vitale in una città triste, ma potremmo dirlo tranquillamente guardando e osservando il nostro stesso Paese. Si sa nel nostro tempo ci sono i fans della "crescita" e i fans della "decrescita", i fans della trasparenza oltre ogni limite e quelli che, manco a farlo apposta, sono sempre impegnati a fare gli affari propri. Secondo i primi, ciò che più conta è la "crescita" economica: consumare di più per produrre di più . Più consumi uguale più ricchezza prodotta e circolante. Le equazioni della "crescita" si snocciolano come una filastrocca: i "bisogni" stimolano i "consumi", i "consumi" aumentano la "produzione", la "produzione" crea "reddito" da lavoro, che a sua volta alimenta la spirale dei consumi, e così scoppia, per tutti, il benessere e la pancia piena... Quelli della "decrescita", per contro, sono per la ricetta inversa. A loro dire, la crescita esponenziale dei consumi ci rende tutti più aggressivi e competitivi, rapinatori verso madre terra e le sue limitate risorse, e soprattutto perennemente inquieti e insoddisfatti, causa l'elementare meccanismo psichico del bisogno: più ne hai e più ne vorresti avere, mentre la felicità resta sempre di là da venire. Anzi, al posto della felicità si sperimenta l'aff anno, la frustrazione, l'invidia. Da qui l'imperativo: "decrescere!". Meno bisogni indotti, meno consumi, meno produzione. Auspicabile, anzi, il recupero dell'otium degli antichi, che non era il vizio dei fannulloni, ma l'arte di saper vivere, proprio arginando gli eccessi del negotium economico. Entrambe le teorie, "crescita" e "decrescita", hanno le loro buone ragioni e i loro limiti. La critica al modello di crescita, portata avanti da quelli della decrescita, è perfetta, e coglie totalmente nel segno. D'altra parte, però , un concetto solamente negativo di "decrescita" non è accettabile. Il comandamento biblico "crescete e moltiplicatevi, riempite e soggiogate la terra" (Gen 1,28) va obiettivamente nella direzione opposta (benché all'uomo non sia data licenza di tiranneggiare la terra, ma solo di "custodirla" (Gen 2,15). L'uomo ha bisogno di stimoli positivi quali audacia, intraprendenza, creatività , non negativi. Dubito allora che, giusto per fare un'incursione sulla cronaca di queste settimane, senza la Festa di fi ne anno la nostra città di Carpi sia stata automaticamente più giusta e più felice. Certamente è risultata essere meno viva e un poco disadorna. La chiave giusta, allora, per districarsi fra "crescita" e "decrescita", è la cultura del dono. Ce l'ha insegnata Giovanni Battista nel corso delle settimane che hanno preceduto il Natale. Tutti andavano a chiedergli "cosa dobbiamo fare?" ("per essere felici", aggiungerei io). "Hai due tuniche?", domandava allora il Battezzatore. Quelli della "crescita" avrebbero subito chiosato: "corri in fretta in piazza Martiri a comprarti la terza. E poi la quarta, e la quinta, così l'economia 'tira'". Quelli della "decrescita", invece, avrebbero sentenziato: "basta tuniche!". La risposta del Battista, invece, è molto chiara: "se hai due tuniche, una è per i poveri". Il meccanismo della produzione e del consumo - in altri termini - non è in sé malvagio: la "crescita" è effettivamente una cosa buona. Lo diventa, però (malvagio), se resta in piedi solo quello. Se il meccanismo della crescita mangia ogni spazio al dono, all'incontro con l'altro, alla relazione, alla gratuità , alla cura del povero, alla sollecitudine per la giustizia sociale. Se la civiltà dei consumi e della politica urlata e movimentista dei nostri tempi fa di noi un esercito di "produttori sanguisughe" e di "controllori compulsivi" è attraverso questa lente del dono e del dare che possiamo guardare con fiducia, scacciando quella fastidiosa e tediosa tristezza, verso il nuovo anno appena iniziato.

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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