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Discernimento. Termine certamente ecclesiastico. Dubito che le nostre mamme sappiano dirmene il significato. Capirebbero qualcosa di più, probabilmente, se glielo dicessi in dialetto: "druver dla testa". Azione che richiama vecchie memorie contadine (la trebbiatura del grano) o casalinghe (la pulizia dell'insalata o della lattuga dalle impurità). "Discernere" vuol dire appunto analizzare, separare, lasciare il gramo e trattenere il buono. Applicato alla vita spirituale significa riflettere sulla storia, su quel che accade, alla luce della Parola di Dio. Per saper cogliere i doni di Dio e la sua volontà, ciò che Lui si aspetta da noi. Ma anche i pericoli, le trappole, gli inganni disseminati dal Maligno. Non lo inventiamo noi, oggi, il discernimento. Appartiene da sempre al genoma del cristianesimo. Il Dio cristiano, infatti, non è un'idea, conoscibile una volta per sempre, ma una Persona viva, con la quale relazionarsi. E l'uomo stesso è un essere storico, in costante divenire, mai compiuto: sempre deve chiedersi dove è arrivato, e dove vuole andare. In più ci sono due tratti tipici del nostro tempo, che raccomandano fortemente l'arte del discernere. Il primo è la complessità del nostro mondo. Una volta la realtà, sociale e culturale, era molto più statica, lenta e ripetitiva. Oggi muta repentinamente, con accelerazioni vertiginose. Per cui c'è il rischio, anche fra i credenti, di stordirsi in uno "zapping costante", così che "senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci in burattini alla mercé delle tendenze del momento" (Francesco, Gaudete et exsultate 167). Il secondo tratto tipico, si voglia o no, ci viene consegnato dalla novità del magistero di Francesco. Un Papa gesuita, che ha quindi nei cromosomi – e vorrebbe trasmetterla a tutta la Chiesa – proprio l'arte ignaziana di saper discernere la volontà di Dio nel vissuto concreto delle singole persone. Per un gesuita Dio non è mai totalmente presente, ma neanche mai totalmente assente, in nessun punto della storia e della vita degli uomini. Ora e dovunque, quindi, si tratta di decifrarne i segni e le tracce della presenza, sempre sorprendente. "Quando scrutiamo davanti a Dio le strade della vita, non ci sono spazi che restino esclusi" (GE 175). A volte il discernimento è necessario per capire il senso di una novità che, imprevista, si è affacciata alla nostra vita. Può essere una novità bella, per esempio un concepimento; ma anche una novità tragica, come una malattia, un incidente, la morte di un figlio... Altre volte – al contrario – il discernimento è necessario per sfuggire l'immobilismo e la stanca ripetitività, che spengono lo Spirito di Cristo; per rompere gli "otri vecchi" delle tradizioni morte, la sclerosi ossificata del "si è sempre fatto così "; e quindi per capire la perenne novità di Cristo, battendo nuove strade (personali ed ecclesiali), facendo erompere il "vino nuovo" del Regno. "Il discernimento ci libera dalla rigidità, che non ha spazio davanti al perenne 'oggi' del Risorto" (GE 173). L'arte del discernimento non ha nulla di presuntuoso, non è febbre di novità, né prurito di cambiamento, "ma una vera uscita da noi stessi, verso il mistero di Dio" (GE 175). Di questi tempi, anche nella vita sociale, politica del nostro Paese si abbisogna di un supplemento di "discernimento", o come direbbero le nostre mamme: bisogna "Druver dla testa".

Ermanno Caccia

Diocesi di Carpi

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